PREMESSA

Non sono un’addetta ai lavori.

Non mi ero finora mai accostata a testi di tal genere che fossero simili dal punto di vista storico o linguistico o giuridico e pertanto sapevo fin dall’inizio che i problemi che mi accingevo ad incontrare sarebbero stati tanti.

Il mio primo approccio è stato con lo Statutum vetus del 1471 che il Centro di iniziative culturali di Montefiascone aveva distribuito a persone di buona volontà perché procedessero ad una revisione della traduzione e trascrizione degli statuti inediti del nostro paese eseguita da don Domenico Cruciani e Leone Mezzetti.

La mia revisione, cominciata per gioco, è stata profonda e ripresa praticamente ex novo, ma riconosco che se non ci fosse stato tale lavoro preliminare probabilmente avrei rinunciato.

Infatti la traccia della lettura e interpretazione di chi mi ha preceduta mi ha aiutato ad abituarmi sia alla grafia (giacché ho dovuto riprendere in mano le fotocopie degli originali per superare sviste qua e là indotte da una trascrizione errata), sia ad un latino tanto lontano da quello classico, l’unico con cui avessi consuetudine.

Ho dovuto superare perplessità di fronte ad anacoluti, concordanze incerte, sintassi in piena evoluzione, varianti ortografiche, uso di una punteggiatura poco chiarificatrice, con virgole spesso gettate sul foglio in modo inaspettato e incoerente e con punti lontani sull’orizzonte di pagine lunghissime. Il tutto poi con un lessico evidentemente ormai contaminato dai contatti con altre lingue e dal dialetto locale.

La mia scarsa familiarità con il contesto storico e soprattutto la totale ignoranza di conoscenze giuridiche che prevedono procedure particolari e l’uso di un linguaggio specialistico hanno aggravato le mie difficoltà.

Infine devo riconoscere come mio più grande limite una scarsa vocazione di ricercatrice che avrebbe potuto spronarmi ad un più proficuo confronto con statuti di altri paesi. Stando così le cose, perché cimentarsi in questo tentativo di traduzione?

Probabilmente i motivi sono stati due: il primo, il più ovvio, perché Montefiascone ancora non ha una traduzione rigorosa dei suoi antichi statuti e il mio lavoro poteva essere comunque meglio che niente. Il secondo motivo, più personale, risiede in una certa mia caparbia ostinazione nel tentare sempre di penetrare nel pensiero di chi ho di fronte, talvolta anche al di là delle parole stesse, sia esso un interlocu- tore o un testo da interpretare. E allora la risposta alla domanda potrebbe essere un’altra domanda: perché no?

Dunque, all’inizio, mi sono trovata davanti allo Statutum vetus. Ma era proprio lo Statutum vetus?

In realtà, così come per lo Statutum novum, si tratta di copie realizzate nel 1715 da Francesco Bisenzio.

Infatti nell’archivio storico della Biblioteca comunale di Montefiascone esistono, oltre a citazioni e stralci che si possono reperire per esempio in atti di cause o nelle riformanze, quattro pagine originali disposte su due fogli di quello che si presume essere lo Statutum vetus del 1471 e, inoltre, le suddette copie dello Statutum vetus del 1471 e dello Statutum novum del 1584.

Ciò che avevo fra le mani erano dunque copie, con tutto quello che ciò com- porta. È evidente che in casi del genere bisogna mettere in conto anche errori, per quanto marginali, del copista: può aver ripetuto una parola, o averla tralasciata, o averne letta una per un’altra, (tutte ipotesi annotate nel corso del mio lavoro), o addirittura, poiché non l’aveva compresa, avrà potuto provare a ricopiarla seguendone il profilo come fosse un disegno, lasciando ai lettori il compito di decifrarla. Proprio quest’ultima possibilità mi ha portato a dedurre che la copia dello Statutum vetus non derivi direttamente da quell’originale che ho citato, ma che probabilmente ci siano stati dei passaggi intermedi (si veda la nota in Statutum vetus, IV,16).

Dunque, a partire dal testo fornitomi dal Comune, avevo in mano una trascrizione di una trascrizione: forse anche di un’altra trascrizione? Sì, forse, ma non mi sono scoraggiata e da qualche parte bisognava pur cominciare.

È stato così che io, dopo aver abbozzato la traduzione dello Statutum vetus, ho capito che, per tentare di comprendere il testo nel modo più rigoroso possibile, avevo bisogno di maggiori riscontri per così dire interni. Pertanto sono passata allo Statutum novum e qui mi sono fermata e ho cercato di portarne a compimento (si fa per dire: certi lavori si possono sempre approfondire e perfezionare) l’interpretazione e la traduzione; dopo di ciò, con quel minimo di esperienza acquisita, ho rivisto ancora una volta con maggiore consapevolezza lo Statutum vetus, correggendo di entrambi i testi, laddove ho ritenuto opportuno, anche la trascrizione che era stata fatta del latino .

Ma come tradurre? Traduzione

letterale o in un italiano fluido, scorrevole, facilmente intelligibile? Io ho optato per la prima soluzione per una quantità di motivi:

• una traduzione sostanzialmente fedele può permettere ai lettori che lo volessero di trovare con facilità la corrispondenza sul testo latino, di verificare ed eventualmente reinterpretare perché, tutto sommato, il mio non è stato altro che un lavoro propedeutico a studi successivi e in qualche passo (perché no?) potrei aver ingenuamente preso un abbaglio;

• è pur sempre un testo giuridico e si sa che in tali testi un linguaggio facilmente comprensibile è comunque un’utopia;

• è un testo con una sua valenza storica e come tale va rispettato perché in ogni suo aspetto è portatore di elementi significativi di un’epoca: soprattutto questo punto mi è sembrato essenziale e la mia scelta è stata quella dell’estremo rispetto. È infatti senza dubbio evidente che, per fare un esempio, là dove io traduco “Sulla pena di chi compra roba rubata” un testo giuridico meglio scriverebbe “Pena prevista per il reato di ricettazione”. È altrettanto evidente che avrei potuto snellire qualche ripetizione (per fare un altro esempio nel primo libro dello Statutum Vetus su 24.243 parole, le parole detto, predetto, suddetto, variamente declinate, si presentano più di 600 volte!), ma rimane il fatto che io, appunto per scelta, ho voluto dare alla decodificazione degli Statuti un’impostazione non dirò certo filologica, ma quanto più rigorosa possibile. Del resto penso che dando una traduzione divulgativa avrei scontentato gli studiosi di storia del diritto e, viceversa, una traduzione giuridicamente corretta avrebbe in qualche modo reso ostica una comprensione immediatamente accessibile. Dunque il mio intento è stato unicamente la speranza che le mie pagine possano essere un punto di partenza imprescindibile e prezioso per ulteriori studi.

Certo nella traduzione qualche snellimento comunque c’è stato, c’è stato un uso della punteggiatura più accettabile, ho integrato qualche nota, ho proposto alcune ipotesi di lettura o di interpretazione, ho aggiunto in conclusione una sorta di supporto lessicale per il chiarimento di alcune parole, ho sinceramente ammesso laddove la decodificazione non è risultata chiara e ho onestamente segnalato tutti i dubbi non sciolti.

Ma sostanzialmente, dicevo, ho avuto un atteggiamento di rispetto: infatti sono storia i nomi propri, gli usi, i costumi, le leggi, ma è anche storia la sintassi ricca di subordinate che sottintende un’organizzazione del pensiero che riflette una visione gerarchica della realtà; è storia l’uso del congiuntivo esortativo che chiama in causa il destinatario con una rilevanza che le forme realistico oggettive dell’indicativo moderno non hanno; è storia l’uso del termine “reo” (che noi riserviamo soltanto al diritto penale) in ambito civile e io ho voluto lasciarlo quasi a sottolineare il fatto che il tempo non è passato invano nell’evoluzione del nostro senso della giustizia; è storia l’uso di parole come “ fatali” che vogliono indicare quelli che noi oggi chiameremmo termini di decadenza, ma che in sé conservano ancora l’idea dell’i- neluttabilità di un fato incombente. E così via via sono storia anche quelle piccole anomalie ortografiche che si rilevano sul testo latino e che io ho cercato di rispettare nella trascrizione come per esempio, fra tante, l’alternanza di executio, exequtio e exequutio, di caliga e calliga, così come il vezzo di scrivere communis, comunis o di integrare un segno sopra la m in alcuni paragrafi per intenderla raddoppiata, sen- za contare la notevole varietà nell’uso dei dittonghi che non si sentivano più e che forse - come la trascrizione della i semiconsonantica - qua e là mi saranno anche sfuggiti, cercando di riportare, così come ho trovato, anche le maiuscole o minusco- le promiscuamente usate e le differenze tra i titoli dei capitoli e dell’indice. L’unica libertà che mi sono riservata rispetto ai testi che ho avuto per le mani è relativa alla numerazione dei capitoli riportata in alcuni casi in numeri arabi, in altri in numeri romani classici, in altri ancora in numeri romani decadenti, numerazione rispetto alla quale, per non disorientare il lettore, ho seguito il nostro uso.

Comunque chissà poi quante anomalie appartengono alla storia originale dello statuto o quante alla storia del settecentesco copista! Tutto al limite potrebbe essere indagato e approfondito, anche da laureandi che volessero cimentarsi in analisi linguistiche comparate degli antichi statuti del Patrimonio di S. Pietro.

Fondamentale, per avere alcune conferme di ipotesi interpretative nel corso del mio procedere, è stata la possibilità di consultare il lessico latino di Pietro Sella e il glossario dello Statuto di Viterbo del 1469 curato da Corrado Buzzi, ma, nonostante questo, non tutti i dubbi lessicali sono stati sciolti. Inoltre, non essendo esperta di geografia locale, non ho saputo individuare molti toponimi e forse li ho impropriamente resi.

Il lavoro è andato avanti per anni, fra vari periodi di abbandono, all’inizio oltretutto reso difficoltoso dalla mia incapacità di rapportarmi al computer. Ora lo lascio al Comune di Montefiascone: storici o giuristi o linguisti, per trattare questo o a quell’altro argomento, cercheranno i capitoli di loro interesse e saranno liberi, per i loro fini, di rendere più agevole la narrazione o rendere più fruibile l’interpretazione da un punto di vista giuridico.

Nutro comunque la speranza di aver, tutto sommato, fatto anch’io qualcosa per il nostro paese.

Intanto ringrazio Leone Mezzett per la sua traccia iniziale, ma anche perché mi ha fornito tutte le fonti materiali di cui via via ho avuto bisogno, Giancarlo Breccola, storico appassionato di Montefiascone che mi ha saputo consigliare, l’avv. Della Casa e il giovane dottore in legge Massimiliano Marzetti per qualche loro suggerimento. Un abbraccio e un grazie particolare va alla mia stupenda nipote Raffaella, architetto e graphic designer che, paziente, ha donato ore preziose alla sua vecchia zia.

Dedico infine questo mio lavoro soprattutto al ricordo di mio marito Vincenzo che mi ha lasciato fare.

 

Prof. Elettra De Maria

 

Download
TRASCRIZIONE DEGLI ANTICHI STATUTI DI MONTEFIASCONE
a cura di Elettra De Maria
statuti trascrizione.pdf
Documento Adobe Acrobat 1.5 MB
Download
TRADUZIONE DEGLI ANTICHI STATUTI DI MONTEFIASCONE
a cura di Elettra De Maria
statuti traduzione.pdf
Documento Adobe Acrobat 1.7 MB